Luigi Farioli
Michele Di Lucchio
Carla Poretti
in
L'UOMO DAL FIORE
IN BOCCA
di Luigi Pirandello
regia di Carla Mantegna

Ma ci sono, di questi giorni,
certe buone albicocche...
Come le mangia lei?
con tutta la buccia, è vero?
Si spaccano a metà;
si premono con due dita,
per lungo...
come due labbra succhiose...
Ah, che delizia!
È forse un luogo comune quello secondo cui
alcuni beni si apprezzano solo nel momento in cui vengono irrimediabilmente
perduti; ben oltre l'abuso che di questa frase si è fatto e si farà, è
comunque doveroso ammetterne la veridicità.
Questo, in breve, è il tema di fondo dell'atto unico L'uomo dal fiore in
bocca di Luigi Pirandello. La scena è nota: una sorta di soliloquio in
un bar notturno tra un uomo prossimo alla morte e un pacifico avventore che
ha perduto il treno e cioè tra un uomo che vive intensamente il poco tempo
concessogli dal male e un altro che è ricco di ore da trascorrere
oziosamente in attesa del treno del mattino. L'uomo colpito dal male vive in
un disperato delirio, come assente alla propria vita, ma sempre attaccato
con l'immaginazione alla vita degli altri, ai particolari insignificanti
delle abitudini altrui, in una sorta di annullamento voluto e razionale
della propria esistenza. La tensione drammatica non riguarda quindi l'esito
del dialogo quanto il suo svolgimento, e la situazione procede secondo la
dialettica del paradosso. L'atto unico si va sviluppando secondo un criterio
ben preciso: da una breve fase iniziale in cui il pacifico avventore espone
le proprie vicissitudini e in cui i due personaggi sembrano quasi
equipararsi come "peso" scenico, si passa alle fantasticherie e alle
digressioni esistenziali dell'Uomo dal fiore, nelle cui parole si avverte il
ritmo stesso dell'esistenza della gente "comune". Immagini normali, le
vetrine dei negozi, la gente per strada, divengono nelle parole dell'Uomo
dal fiore il simbolo stesso della vita che scorre; ed essa scorre per tutti,
come la regia introduce in una sorta di prologo ritmato e muto, quasi una
cartolina di una sicilianità stereotipata, come una visione sospesa che
forse è solo immaginazione, riflessione sull'importanza della quotidianità e
dei dettagli delle cose come estremo ed unico punto di contatto con la vita
.